In queste settimane di appassionate letture del Romanzo di Ferrara di Giorgio Bassani, mi sono reso conto, per la prima volta, della grande abilità narrativa di questo scrittore. Non posso in effetti esimermi dal pensare che, quanto a precisione narrativa, Giorgio Bassani meriti indiscutibilmente di abitare il pantheon della letteratura italiana del XX secolo.
Se la letteratura di Bassani può essere letta da infiniti punti di vista, evidenziando innumerevoli tematiche e criticità storiche, ciò che più mi preme in questo momento è di metterne in rilievo la poetica della descrizione. Come si legge dal titolo, parlerei in realtà di una vera e propria antologia della descrizione, tante sono le maniere di descrivere e raccontare i particolari nei suoi romanzi.
La città di Ferrara è ovviamente il centro di gravità della poetica descrittiva di Bassani. Più in particolare, vorrei rendere conto di alcuni tratti di questa facoltà innata di materializzare immagini, al tempo stesso precise e sfumate, all'interno di quello che è il romanzo certamente più conosciuto dello scrittore ferrarese : Il Giardino dei Finzi-Contini.
Bassani non riuscirà ad entrare al di là delle mura di cinta del Barchetto del Duca (così viene definito lo splendido giardino che si cela nella proprietà dei Finzi-Contini) prima del 1938, all'epoca della promulgazione delle leggi razziali italiane. Uno dei momenti più alti della descrizione del Barchetto del Duca si trova alla pagina 339 del Romanzo di Ferrara (Ed. Feltrinelli), quinto capitolo della parte seconda del Giardino dei Finzi-Contini. Micòl convince Giorgio a visitare il giardino, e farà lui da guida in questa appassionata avventura descrittiva :
- "Ecco là i miei sette vecchioni", poteva dire. "Guarda che barbe venerande hanno!"
Sul serio - insisteva - : non parevano anche a me sette eremiti della Tebaide, asciugati dal sole e dai digiuni? Quanta eleganza, quanta santità in quei loro tronchi bruni, secchi, curvi, scagliosi! Assomigliavano ad altrettanti San Giovanni Battista, veramente, nutriti di sole locuste. - (p. 339)
In questo breve passaggio, dove Bassani descrive con la voce di Micòl le sette Washingtoniae graciles, o palme del deserto, presenti nel giardino, lo scrittore ferrarese sprigiona tutta la forza poetica del proprio racconto, accostando l'immagine delle piante alle immagini sacre della tradizione biblica. In questi due paragrafi, la descrizione è caratterizzata da certi espedienti retorici (prosopopea, similitudine, allegoria) che portano ad una certa sinuosità descrittiva, forse un po' artificiosa ma sempre intelligibile, quasi esplicativa.
In altri passaggi, Bassani cerca il contatto con il sacro dell'immagine attraverso una descrizione allo stesso tempo più semplice (con meno artifici retorici), precisa e indefinita. Ne è un esempio la descrizione che Micòl fa del giardino visto dalla finestra di camera, e più in particolare degli effetti dell'inverno e della nebbia :
- Ma presto o tardi la pioggia sarebbe finita : e allora la nebbia, di mattina, trafitta dai deboli raggi del sole, si sarebbe trasformata in un che di prezioso, di delicatamente opalescente, dai riflessi in tutto simili nel loro cangiare a quelli dei "làttimi" di cui aveva piena la stanza. - (p. 352)
Parlando dell'immagine della nebbia cadente sul Barchetto del Duca, Bassani ci arricchisce di una descrizione che porta un'aurea di sacralità, ma questa volta senza espliciti riferimenti all'antichità biblica. Aggiungerei, che questo effetto mistico è reso dall'impiego dei termini "trafitto", "prezioso", "trasformata", "opalescente", "riflessi". Da un punto di vista semantico, Bassani passa da un termine forte, duro e concreto come "trafitto", a parole inconsistenti, vaghe, velate di significato, le quali si accostano magistralmente alla parola "nebbia" (che resta concreta, sensuale in qualche modo).
Si potrebbero enucleare molti altri esempi e modi di descrizione nelle brevi pagine che caratterizzano l'ingresso nel giardino. Questo ci porterebbe però a uscire dalla logica minimalista di un post da blog. La grande maestria nella descrizione fa del Romanzo di Ferrara un pozzo senza fine di immagini, di tecniche narrative e di espedienti retorici. Ritornerò a più riprese su quella che ho definito l'Antologia della descrizione di Bassani, in quanto non si può non rendere conto della precisione della descrizione dei personaggi umani, animali di questo scrittore, e soprattutto della descrizione dello spazio urbano e architettonico di Ferrara, che resta forse il miglior esempio della tecnica narrativa bassaniana.
Giorgio De Chirico, Piazza d'Italia, olio su tela
Benvenuti sul blog Phoesia
Sono lieto di condividere questo spazio personale con amici, conoscenti e lettori che maldestramente sono entrati in questa pagina. Sin dal 23 gennaio 2011, Phoesia offre riflessioni personali su molteplici temi quali poesia, letteratura, filosofia, arti plastiche, cinema, teatro e tanto altro ancora. Nonostante ciò, Phoesia resta uno spazio aperto alle riflessioni di chiunque abbia voglia di scrivere, in modo "impegnato", su queste tematiche. Un grande benvenuto a tutti!
29/10/14
10/10/14
BRUCIA IL MARE (titolo originale : BRÛLE LA MER)
Docufilm realizzato
da Maki Berchache e Nathalie Nambot. Produzione : Les Films du Bilboquet, Francia,
2014 (16 mm/8 mm, colore, pellicola classica. Durata : 75 min.)
È nella grande sala
del Cinema d’Arte e d’Essai L’Étoile,
nella cittadina di La Courneuve
(Parigi), che viene proiettata , il 4 ottobre 2014, la prima creazione
cinematografica dei registi Maki Berchache e Nathalie Nambot. Documentario
d’ispirazione neorealista, la pellicola è guidata dalla voce fuori campo di un
narratore capace di dare una dimensione filmica al montaggio delle immagini.
Premiato al
Festival Internazionale del Cinema di
Marsiglia (2014), Brucia il mare
colpisce, in primo luogo, per la violenza immaginaria del suo titolo. Il
riferimento è anzitutto al termine di origine algerina harraga, letteralmente “coloro che bruciano”. Brucia il mare è dunque un’incitazione a “bruciare il
Mediterraneo”, che in gergo popolare rimanda alla possibilità di “superare il
mare”, di “oltrepassare rapidamente”, alla velocità di un baleno, la distanza
che separa il Maghreb dall’Italia, e più precisamente il passaggio dalla
Tunisia all’isola di Lampedusa.
Il docufilm passa
in rassegna la storia della migrazione clandestina di due giovani spinti ad imbarcarsi
per Lampedusa in seguito alla crisi politica in Tunisia, conseguenza degli
avvenimenti della Primavera Araba e della
cacciata del dittatore Ben Ali nel 2011. Dopo vari mesi passati in Italia,
miseri nelle tasche ma ricchi nella speranza e nella voglia di libertà, si
ritroveranno dapprima a Milano, poi a Ventimiglia, e infine a Parigi. Uno dei
due compagni, illuso come molti altri suoi connazionali dai bagliori delle
città occidentali, non riuscirà ad integrarsi alla vita mondana della capitale
francese, finendo per detestare i costumi transalpini e l’ipocrisia
sconcertante della comunità tunisina della ville
lumière. Dopo un breve e difficile passaggio da clandestino in Francia,
deciderà quindi di fare ritorno nella sua terra natale, senza scordare
l’amicizia e l’aiuto del caro compagno di viaggio, Maki.
Quest’ultimo, mai
rassegnato ad una vita da clandestino, s’impegnerà attivamente al fine di
acquistare i propri diritti di cittadino regolare. Dai primi mesi passati con i
compagni negli squat di Parigi, alle
manifestazioni di piazza, passando attraverso la militanza politica, Maki
troverà un suo proprio equilibrio, un lavoro, una casa, e il rispetto tanto
agognato. Il regista traspone quindi una sorta di racconto autobiografico, dove
il personaggio principale è lui stesso, capace oggi di raccontarsi e di narrare
al pubblico la propria storia, la propria avventura. Maki non pretende
rendere conto di una storia ideale, esemplare, ma di una “storia come tante
altre, la storia di tutti”. Lontano da un’eroica mitizzazione del proprio passato da clandestino e
militante, il giovane tunisino ripercorre fedelmente le tappe che lo hanno
portato all’integrazione, adottando un punto di vista umano, realista e
anticonformista. Brucia il mare
diviene cosi un invito a bruciare le frontiere, i documenti burocratici, le
identità convenzionali e i pregiudizi raziali che popolano l’immaginario e il
quotidiano degli occidentali. Ma la lotta di Maki non termina qui, perché
l’amore per la propria famiglia e la propria terra lo tormentano e i documenti
e il permesso di soggiorno, diventano infine l’unico modo per rivedere i propri
cari, nonché l’unico modo per dimostrare il proprio diritto ad esistere.
Il contrasto tra
la moderna e caotica vita parigina e i tranquilli pomeriggi delle campagne
tunisine rappresenta uno dei leitmotiv
dell’immaginario cinematografico di Maki Berchache. Se da una parte la capitale
francese è identificata come una possibilità di libertà, dall’altra il ricordo
della Tunisia fuggita è sempre più percepito come una nostalgica mancanza delle
radici familiari. Non a caso, il documentario insisterà molto sulla figura
della madre, sulle sue carezze, e l’odore del caffè da lei preparato ; cosi
come sull’abbraccio forte e sincero di un padre mai dimenticato.
Maki racconta in
modo intelligente la storia difficile di un uomo che forse non ha ancora
trovato la pace, ma che ha combattuto per la propria libertà, e che
incessantemente combatte i demoni della nostalgia e la tristezza di aver
lasciato una famiglia da amare. Maki non descrive in modo giornalistico e
idealista le umiliazioni subite dalle migliaia di clandestini che ogni giorno
drammaticamente sbarcano sulle coste italiane, non ci propone una visione militante
sulla tragedia dei clandestini in Europa. La forza e la bellezza del suo
racconto sono la naturalezza e la sincerità di un discorso fluido e cosciente,
una storia nella quale, infine ognuno di noi potrebbe davvero identificarsi.
Bruciare il sogno
: questo è il vero sogno. Bruciare forse anche il documentario, bruciare i
segni e le ingiustizie di un mondo globalizzato. Questo ci insegnano Nathalie e
Maki, e il volto scarno e vissuto di quest’ultimo diventa simbolo di una vita che
brucia e turba proprio come brucia il sale del mare, e turbano le onde di quel
muovere incessante immortalato all’inizio e alla fine della pellicola.
Immagine : Nicolas Rey
Suono : Nathalie Nambot
Montaggio : Gilda Fine
Con : Berchache Maki, Saidi Shaharedin, Nobig Badredin, Al Fawaghara Shadi, Sohbani Selim, El Saleh Mahmoud
Filmografia :
Nathalie Nambot: AMI, ENTENDS-TU?, 2010.
12/05/14
IS THE MAN WHO IS TALL HAPPY ?
Qualche ritocco al look del blog e di nuovo in pista dopo una lunga assenza in cui la logica del quotidiano ha sopraffatto la poesia grazie alle sue seduzioni materiali e vigliaccherie teatrali. Tutto normale (o quasi).
Ritorno con forza peró, perchè il post è largamente ispirato dall'ultima uscita cinematografica di Michel Gondry : "Is the Man Who is Tall Happy ? (Conversation animée avec Noam Chomsky)". Ebbene si, ritorno alla scrittura sul blog con tutto il piacere dei ricordi dei corsi di linguistica di qualche anno fa in quel di Firenze, quando per la prima volta sentii il nome di Noam Chomsky e attraversai le sue teorie sul linguaggio.
E non ne resto deluso. Michel Gondry calibra bene la sua vecchia macchina da presa e illustra metodicamente le sue intenzioni, il suo punto di vista e lo svolgimento degli appuntamenti filmati con Noam Chomsky. Docu-Film eccellente dall'inizio alla fine, dove le immagini colorate, talvolta puerili, messe a punto da Gondry fanno da eco alle teorie del maître-à-penser statunitense di origini ebraiche. Una delle trovate migliori del regista francese è quella di mettersi fin da subito in una posizione d'umiltà intellettuale : la tensione della voce narrante fa capire allo spettatore il disagio e la difficoltà di Gondry una volta iniziato il dialogo.
Noam Chomsky sembra invece essere tranquillo davanti alla telecamera, e risponde senza mai scomporsi alle domande. Le intenzioni di Gondry, si capiscono bene fin da subito, tendono a interrogare soprattutto la vita privata del filosofo, gli studi, gli amori, l'impegno politico ecc... . Chomsky, dal canto suo, conosce bene le difficoltà del linguaggio e le trappole che nasconde, essendone probabilmente il più grande esperto al mondo ancora vivente, e devia la conversazione verso l'astratto, cercando di spostare l'attenzione dello spettatore dalla sua figura personale e professionale al nucleo impersonale del suo discorso.
Sono molto colpito da questo suo modo di agire : nessun impeto di narcisismo intellettuale, alcun compiacimento. Chomsky, da grande umanista anarchico qual è, non perde tempo ad imbellettare il proprio discorso, e va dritto al punto : la teoria della conoscienza. Il teorico americano mette inizialmente l'accento sull'importanza della rivoluzione scientifica moderna, quella iniziata da Cartesio, Galileo, poi da Newton, e ancora Hume ecc.. Nella figura di Galileo vede il più importante punto di rottura della storia del pensiero occidentale : il nuovo mondo è quello della fisica meccanica, la filosofia dell'intelligibile diventa l'emblema dell'uomo moderno. Ma c'è di più. Chomsky prosegue il suo discorso ricordandoci che i fisici e gli scienziati si sono resi conto che certi elementi comunicavano tra di loro "a distanza", e allora il mondo cambia e alla filosofia dell'intelligibile si aggiunge quella del non-intelligibile, aggiungo io, del romanticismo. Quale una fessura nel solido mondo delle scienze naturali positiviste, l'incomprensibile resta un fenomeno come un altro. Ad esempio l'evoluzione.
Interrogato da Gondry sulla teoria dell'evoluzione, il ragionamento di Chomsky non fa una piega : nessun uomo puó oggi negare la validità delle teoria dell'evoluzione. Ma l'evoluzionismo resta un fenomeno tra gli altri. Il maître-à-penser americano fa valere in questi frangenti tutta la grandezza del proprio ragionamento, e la sua posizione in merito all'epistemologia : nessun sistema d'idee puó caratterizzare la teoria della conoscienza. Nessun assoluto, nessuna totalità : solo frammenti e pluralità di fenomeni. Interrogato sulle questioni religiose, Chomsky si trova costretto ad esprimere il proprio parere personale, ma senza imporlo, dichiarando comprensibile ogni altra presa di posizione. Mentre guardo il documentario non posso impedirmi di pensare alla figura di Sisifo : Chomsky è un Sisifo contemporaneo che spinge una pietra che non arriverà mai al termine della salita. Prende tutto quel che trova, prova a spiegare i meccanismi e i processi, ma niente lo porterà a spiegare il mistero che si trova sulla vetta. E d'altronde, una volta interrogato da Gondry sui meccanismi del mistero, Chomsky risponderà che in fisica, attualmente, si ignora tutto dei processi del mistero. Detto da un uomo che ha lavorato per quasi tutta la carriera nel più importante complesso di ricerca scientifica del pianeta, il MIT di Boston, fa un certo effetto.
La parte conclusiva dell'intervista si concentra sulla teoria della grammatica generativa. Non entro nei dettagli di questa teoria perchè intendo consacrare in futuro un post a questa problematica. Ma Noam Chomsky mette l'accento sulla relativa semplicità dei suoi postulati, risultanti essenzialmente dalle sue capacità di osservazione e di ragionamento logico.
"Is the Man Who is Tall Happy" resta un documento importante, e Gondry ha il merito di portare davanti al grande pubblico una figura centrale della nostra epoca, con uno stile e un tipo di narrazione personali e accessibili. Lode al merito di questo regista per aver regalato al suo pubblico un momento d'astrazione sicuramente indimenticabile.
Ritorno con forza peró, perchè il post è largamente ispirato dall'ultima uscita cinematografica di Michel Gondry : "Is the Man Who is Tall Happy ? (Conversation animée avec Noam Chomsky)". Ebbene si, ritorno alla scrittura sul blog con tutto il piacere dei ricordi dei corsi di linguistica di qualche anno fa in quel di Firenze, quando per la prima volta sentii il nome di Noam Chomsky e attraversai le sue teorie sul linguaggio.
E non ne resto deluso. Michel Gondry calibra bene la sua vecchia macchina da presa e illustra metodicamente le sue intenzioni, il suo punto di vista e lo svolgimento degli appuntamenti filmati con Noam Chomsky. Docu-Film eccellente dall'inizio alla fine, dove le immagini colorate, talvolta puerili, messe a punto da Gondry fanno da eco alle teorie del maître-à-penser statunitense di origini ebraiche. Una delle trovate migliori del regista francese è quella di mettersi fin da subito in una posizione d'umiltà intellettuale : la tensione della voce narrante fa capire allo spettatore il disagio e la difficoltà di Gondry una volta iniziato il dialogo.
Noam Chomsky sembra invece essere tranquillo davanti alla telecamera, e risponde senza mai scomporsi alle domande. Le intenzioni di Gondry, si capiscono bene fin da subito, tendono a interrogare soprattutto la vita privata del filosofo, gli studi, gli amori, l'impegno politico ecc... . Chomsky, dal canto suo, conosce bene le difficoltà del linguaggio e le trappole che nasconde, essendone probabilmente il più grande esperto al mondo ancora vivente, e devia la conversazione verso l'astratto, cercando di spostare l'attenzione dello spettatore dalla sua figura personale e professionale al nucleo impersonale del suo discorso.
Sono molto colpito da questo suo modo di agire : nessun impeto di narcisismo intellettuale, alcun compiacimento. Chomsky, da grande umanista anarchico qual è, non perde tempo ad imbellettare il proprio discorso, e va dritto al punto : la teoria della conoscienza. Il teorico americano mette inizialmente l'accento sull'importanza della rivoluzione scientifica moderna, quella iniziata da Cartesio, Galileo, poi da Newton, e ancora Hume ecc.. Nella figura di Galileo vede il più importante punto di rottura della storia del pensiero occidentale : il nuovo mondo è quello della fisica meccanica, la filosofia dell'intelligibile diventa l'emblema dell'uomo moderno. Ma c'è di più. Chomsky prosegue il suo discorso ricordandoci che i fisici e gli scienziati si sono resi conto che certi elementi comunicavano tra di loro "a distanza", e allora il mondo cambia e alla filosofia dell'intelligibile si aggiunge quella del non-intelligibile, aggiungo io, del romanticismo. Quale una fessura nel solido mondo delle scienze naturali positiviste, l'incomprensibile resta un fenomeno come un altro. Ad esempio l'evoluzione.
Interrogato da Gondry sulla teoria dell'evoluzione, il ragionamento di Chomsky non fa una piega : nessun uomo puó oggi negare la validità delle teoria dell'evoluzione. Ma l'evoluzionismo resta un fenomeno tra gli altri. Il maître-à-penser americano fa valere in questi frangenti tutta la grandezza del proprio ragionamento, e la sua posizione in merito all'epistemologia : nessun sistema d'idee puó caratterizzare la teoria della conoscienza. Nessun assoluto, nessuna totalità : solo frammenti e pluralità di fenomeni. Interrogato sulle questioni religiose, Chomsky si trova costretto ad esprimere il proprio parere personale, ma senza imporlo, dichiarando comprensibile ogni altra presa di posizione. Mentre guardo il documentario non posso impedirmi di pensare alla figura di Sisifo : Chomsky è un Sisifo contemporaneo che spinge una pietra che non arriverà mai al termine della salita. Prende tutto quel che trova, prova a spiegare i meccanismi e i processi, ma niente lo porterà a spiegare il mistero che si trova sulla vetta. E d'altronde, una volta interrogato da Gondry sui meccanismi del mistero, Chomsky risponderà che in fisica, attualmente, si ignora tutto dei processi del mistero. Detto da un uomo che ha lavorato per quasi tutta la carriera nel più importante complesso di ricerca scientifica del pianeta, il MIT di Boston, fa un certo effetto.
La parte conclusiva dell'intervista si concentra sulla teoria della grammatica generativa. Non entro nei dettagli di questa teoria perchè intendo consacrare in futuro un post a questa problematica. Ma Noam Chomsky mette l'accento sulla relativa semplicità dei suoi postulati, risultanti essenzialmente dalle sue capacità di osservazione e di ragionamento logico.
"Is the Man Who is Tall Happy" resta un documento importante, e Gondry ha il merito di portare davanti al grande pubblico una figura centrale della nostra epoca, con uno stile e un tipo di narrazione personali e accessibili. Lode al merito di questo regista per aver regalato al suo pubblico un momento d'astrazione sicuramente indimenticabile.
26/11/13
JAN FABRE : TRAGEDY OF A FRIENDSHIP
NIETZSCHE CONTRO WAGNER
All'Opera di Lille è andato in scena l'attesissima "Tragedy of a Friendship" di Jan Fabre, artista poliedrico e avanguardista, che irrompe sul palcoscenico con la sua ultima creazione.
"Tragedy of a Friendship" suona subito come un avvertimento allo spettatore, che deve fin dall'inizio abbandonarsi ad un clima surreale e a non senses da far sbandare anche gli habitués dell'assurdo. La tragedia in questione è quella che porta un Nietzsche agli inizi della feroce malattia che lo porterà alla pazzia negli anni seguenti ad esprimersi contro Richard Wagner, in uno dei testi più violenti scritti dal filosofo tedesco : Il caso Wagner (1888).
Nietzsche inizia a fare i conti con certi problemi mentali oltre che fisici (dovuti al bipolarismo, probabilmente alla sifilide e forse anche alla presenza di un meningioma e ad altre malattie neurodegenerative), problemi che culmineranno nel primo collasso mentale del filosofo a Torino, nel 1889. Jan Fabre si fa esploratore degli abissi della mente di Nietzsche, mettendone in mostra gli estremi, le perversioni, gli incubi. Calando la sala in un'opaca sensazione onirica, Fabre mette dapprima nell'angolino lo spettatore, poi lo pugnala alla schiena, dove è sicuro di far male. Risultato spietato, quando dopo venti minuti dall'inizio della rappresentazione una buona quindicina di spettatori della platea lascia il proprio posto. La scena in questione mostra una realistica violenza sessuale di gruppo ai danni di una giovane ragazza, curata in ogni minimo dettaglio. Gli uomini in scena sono nudi, gridano, rivelano il loro istinto animelesco e la loro perversione all'aumentare delle grida della ragazza. La dialettica reale/irreale finisce per provocare una forte identificazione da parte dello spettatore che, ormai distratto dalla quotidianeità, transferisce inconscientemente la sua verità sulla scena.
Sulle decadenti note wagneriane, la follia di Nietzsche peggiora di minuto in minuto, costringendo lo spettatore alla lettura della traduzione francese del canto lirico sulle apposite lavagne luminose, per non perdersi nel vortice della follia del filosofo.
Il tema della sessualità, per lo più perversa, ma a tratti sincera e poco stilizzata, percorre tutte le tre ore e quindici minuti della duarata dell'opera. Bisogna dire che ricevere una cosi massiccia dose di malefico surreale senza neanche una pausa sigaretta ti costringe a volte a concentrarti su di almeno un buon bicchier d'acqua !

Niente da eccepire, Fabre torna per provocare il pubblico, e lo fa nella maniera migliore, costringendolo davanti a verità meschine durante certe lunghe (forse troppo) fasi ripetitive realizzate sul palcoscienico. Se dal punto di vista dello sforzo formale, artistico e poetico il risultato è eccellente, resta da discutere della scenografia e degli attori.
Questi ultimi sono chiamati a uno sforzo fisico davvero importante, e cio' finisce inevitabilmente per ripercuotersi sulle loro prestazioni in certi passaggi. Da apprezzare sono comunque le forme create dai ballerini e ballerine, che portano in seno una forte poeticità e la fluidità irrazionale del pensiero nietzschiano. Il palco è dominato dalla presenza di due ampolle giganti piazzate alle estremità. Queste partecipano in modo essenziale alla creazione di un'atmosfera surreale. Per il resto, la scenografia è ridotta al minimo e questo, resta forse uno dei limiti di questa rappresentazione. Da notare la scarsa rendita delle immagini proiettate sul fondo del teatro, certamente volute da Jan Fabre, ma di modesto impatto (si poteva fare meglio credo).
Insomma, Tragedy of a Friendship è un'opera densa e difficilmente accessibile. Da un lato la difficile controversia sull'amizia tra Wagner e Nietzsche, dall'altro la ricerca esasperata di un'arte sperimentale, molto deviata rispetto ai canoni classici.
L'impressione è che anche il pur emancipato pubblico di Lille si sia trovato davanti a qualcosa di diverso e difficile da digerire. Alla fine gli applausi ci sono, ma il bis dei ballerini è artificiale, senza una vera acclamazione degli spettatori.
Segno che la performance teatrale ha funzionato, provocando il rifiuto del pubblico, ferito nelle corde del proprio inconscio.
31/10/13
INCONTRO CON JEAN-BERNARD SOUDERES
Come promesso, ho il piacere dei presentare una persona che ho conosciuto un po' di tempo fa e con la quale ho stretto un legame importante : si tratta del fotografo/artista Jean-Bernard Souderes.
Di piccola statura, profilo scarno, Jean-Bernard è un uomo capace di lasciare il segno prima di tutto per la sua simpatia e cordialità.
La prima volta che l'ho incontrato fu durante la rappresentazione di "Une Gaminerie", spettacolo di poesia interpretato da Frédéric Nantel e scritto da Serge Mathurin Thébault. Jean-Bernanrd era presente in quanto persona vicina all'associazione @rt-chignaned. Non ebbi pero' occasione di parlare con lui, in quanto era troppo preso dal fotografare la performance artistica di Nantel. Qualche mese dopo, fu il poeta Serge Mathurin Thebault ad invitarmi a raggiungerlo nella sua abitazione nel 10 arr. di Parigi.
Subito molto cordiale nei miei confronti, mi dimostrati altrettanto entusiasta per le opere in corso di esecuzione nel suo appartamento/atelier. Fui molto colpito dalla vivacità e autenticità dei suoi scatti, e dall'incessante lavoro di montaggio e ritocco sulle fotografie, generalmente stampate su grandi formati (nella barra di scorrimento a destra è presente il link per vedere le opere).
Oltre alla serie limitata Résiduel, incentrata sulla tematica del riciclaggio et sulla composizione artistica ma aleatoria causata dai compattatori di rifiuti, fui molto attratto dalla serie intitolata Traces (tr. Tracce). Vi sono rappresentate per lo più le conseguenze di un passaggio, di un impatto, o ancora di un contatto tra oggetti o persone e alcune superfici. Tracce diventa quindi una serie di scatti che evocano la presenza immaginata o immaginaria di un qualcosa, e il risultato, il punto di contatto sulla superfice di questo qualcosa.
Grande fotografo di pesaggi e profili di persone, Jean-Bernard Souderes è capace di mostrare attraverso i suoi obiettivi l'umanità disincarnata di un attimo di poesia. Guardando le sue opere non si resta stupiti da cio' che viene mostrato, ma al contrario da cio' che non c'è e che avrebbe potuto esserci. Ammirare la fotografia di Jean-Bernanrd significa quindi abbandonare la volontà di comprendere l'immagine e cio' che vi è rappresentato, e lasciarsi andare al soffio virtuale di una realtà verisimile che traspare dagli effetti visivi dello scatto, come accade nella serie Petite Ceinture, contenuta nel portfolio n. 3.
Vincitore di vari concorsi in Francia, Souderes si è ugualmente misurato nella sua carriera con progetti di scenografia (tra i quali Une personne, sui testi di Clarice Lispector) e di scrittura (ne è un esempio il libro D'art et de papier, pubblicato per le edizioni Textuel a Parigi nel 2008).
Attualmente impegnato nel suo nuovo progetto di esposizione intitolato Résiduel, Jean-Bernard Souderes intende esporre i suoi scatti riguardo le tematiche del cibo e del riciclaggio nei più grandi mercati coperti parigini. Allo stesso tempo, stiamo collaborando al fine di realizzare insieme questo stesso progetto, arricchendolo probabilmente con un mapping artistico, nell'agglomerazione urbana di Lille e nei suoi importanti mercati coperti.
Di piccola statura, profilo scarno, Jean-Bernard è un uomo capace di lasciare il segno prima di tutto per la sua simpatia e cordialità.
La prima volta che l'ho incontrato fu durante la rappresentazione di "Une Gaminerie", spettacolo di poesia interpretato da Frédéric Nantel e scritto da Serge Mathurin Thébault. Jean-Bernanrd era presente in quanto persona vicina all'associazione @rt-chignaned. Non ebbi pero' occasione di parlare con lui, in quanto era troppo preso dal fotografare la performance artistica di Nantel. Qualche mese dopo, fu il poeta Serge Mathurin Thebault ad invitarmi a raggiungerlo nella sua abitazione nel 10 arr. di Parigi.
Subito molto cordiale nei miei confronti, mi dimostrati altrettanto entusiasta per le opere in corso di esecuzione nel suo appartamento/atelier. Fui molto colpito dalla vivacità e autenticità dei suoi scatti, e dall'incessante lavoro di montaggio e ritocco sulle fotografie, generalmente stampate su grandi formati (nella barra di scorrimento a destra è presente il link per vedere le opere).
Oltre alla serie limitata Résiduel, incentrata sulla tematica del riciclaggio et sulla composizione artistica ma aleatoria causata dai compattatori di rifiuti, fui molto attratto dalla serie intitolata Traces (tr. Tracce). Vi sono rappresentate per lo più le conseguenze di un passaggio, di un impatto, o ancora di un contatto tra oggetti o persone e alcune superfici. Tracce diventa quindi una serie di scatti che evocano la presenza immaginata o immaginaria di un qualcosa, e il risultato, il punto di contatto sulla superfice di questo qualcosa.
Grande fotografo di pesaggi e profili di persone, Jean-Bernard Souderes è capace di mostrare attraverso i suoi obiettivi l'umanità disincarnata di un attimo di poesia. Guardando le sue opere non si resta stupiti da cio' che viene mostrato, ma al contrario da cio' che non c'è e che avrebbe potuto esserci. Ammirare la fotografia di Jean-Bernanrd significa quindi abbandonare la volontà di comprendere l'immagine e cio' che vi è rappresentato, e lasciarsi andare al soffio virtuale di una realtà verisimile che traspare dagli effetti visivi dello scatto, come accade nella serie Petite Ceinture, contenuta nel portfolio n. 3.
Vincitore di vari concorsi in Francia, Souderes si è ugualmente misurato nella sua carriera con progetti di scenografia (tra i quali Une personne, sui testi di Clarice Lispector) e di scrittura (ne è un esempio il libro D'art et de papier, pubblicato per le edizioni Textuel a Parigi nel 2008).
Attualmente impegnato nel suo nuovo progetto di esposizione intitolato Résiduel, Jean-Bernard Souderes intende esporre i suoi scatti riguardo le tematiche del cibo e del riciclaggio nei più grandi mercati coperti parigini. Allo stesso tempo, stiamo collaborando al fine di realizzare insieme questo stesso progetto, arricchendolo probabilmente con un mapping artistico, nell'agglomerazione urbana di Lille e nei suoi importanti mercati coperti.
28/10/13
GRAVITY ? SPACE FAKE ?
Molti mesi di inattività totale sul blog, ed eccomi di ritorno.. coerente come une paradosso, soprattutto stando all'ultimo post pubblicato.
In realtà les Grenouilles sono al lavoro, ognuno di noi impegnato a creare il proprio poetico universo, tra le maglie tristi della prosa quotidiana.
Per riprendere dolcemente gli scritti sul blog, vorrei discutere un po' del film tormento che mi ha riportato (un po' forzatamente) al cinema dopo quasi un anno di assenza. GRAVITY.. nuovo colosso americano firmato Alfonso Cuaron, con Geaorge Clooney et Sandra Bullock.
Perché scrivere un recensione su Gravity ? Bella domanda, non lo so in effetti.. ho bisogno di fare outing.
Premessa : il film va visto in 3D. Gli effetti speciali sono effettivamente eccezionali : la scena dove i detriti si dirigono verso lo spettatore è a dir poco entusiasmante, mai visto niente di simile fino ad ora. L'assenza di gravità è evidentemente il tema grafico centrale del film.. dopo un po' di tempo sembra quasi di fluttuare dentro al cinema, davvero una sensazione sorprendente. In breve, gli effetti della 3D sono il film, il film è la 3D.
Se poi vogliamo parlare di cinema, allora la cosa cambia abbastanza radicalmente. Il copione del film risulta una sorta di trito mélange tra Armageddon et Space CowBoys, insomma un'americanata travestita con qualche bel montaggio e qualche fotografia d'autore (vedi la sequenza nella quale Sandra Bullock si trova in posizione fetale). Per il resto, scenario banale e piuttosto mediocre, classico dei classici di un film che tira a vendere più che a restare nella storia per i suoi contenuti. Una nota a parte la merita George Clooney (quando sono andato a vedere il film non sapevo della sua presenza sul set). Che dire del buon vecchio Clooney ? Sarebbe meglio non dire niente in effetti. Prestazione alla Clooney... quello della pubblicità del Martini : "Posso entrare" ? "No martini no party!". Davvero mediocre il nostro Clooney, anche se c'è da dire che il testo non lo aiuta, data la scontatezza delle battute e dei dialoghi. Potremmo ricavarne una nuova ricetta per gli amici : il piatto Clooney. Aggiungere un po' d'ironia e falsa simpatia, condire con una dose massiccia di pathos alla Casablanca, qualche asteroide con maionese et un bel contorno di luoghi comuni e culi sodi. Per quanto riguarda Sandra Bullock, il film è completamente strutturato sul suo personaggio. L'interpretazione è buona, ma il copione, lo ripeto, non presenta grandi difficoltà.. insomma, un gioco da ragazzi per una vedette del cinema americano come la Bullock, abituata a ruoli ben più esigenti dal punto di vista della tecnica recitativa.
Per concludere il nostro articoletto sul colossal Gravity.. ammetto che avrei forse fatto meglio a restare a casa.. e ancor di più ad evitare di scrivere questo post..ma dovevo pur spezzare il digiuno dalle sale cinematografiche.. e dal blog. Effetti straordinari e copione da classico dello Star System : ben presto mi dimentichero del film ma continuero ad animare il blog.
Prossima tappa ? Presentazione del progetto artistico di un caro amico Grenouille : la mostra fotografica di Jean-Bernard Souderes.
In realtà les Grenouilles sono al lavoro, ognuno di noi impegnato a creare il proprio poetico universo, tra le maglie tristi della prosa quotidiana.
Per riprendere dolcemente gli scritti sul blog, vorrei discutere un po' del film tormento che mi ha riportato (un po' forzatamente) al cinema dopo quasi un anno di assenza. GRAVITY.. nuovo colosso americano firmato Alfonso Cuaron, con Geaorge Clooney et Sandra Bullock.
Perché scrivere un recensione su Gravity ? Bella domanda, non lo so in effetti.. ho bisogno di fare outing.
Premessa : il film va visto in 3D. Gli effetti speciali sono effettivamente eccezionali : la scena dove i detriti si dirigono verso lo spettatore è a dir poco entusiasmante, mai visto niente di simile fino ad ora. L'assenza di gravità è evidentemente il tema grafico centrale del film.. dopo un po' di tempo sembra quasi di fluttuare dentro al cinema, davvero una sensazione sorprendente. In breve, gli effetti della 3D sono il film, il film è la 3D.
Se poi vogliamo parlare di cinema, allora la cosa cambia abbastanza radicalmente. Il copione del film risulta una sorta di trito mélange tra Armageddon et Space CowBoys, insomma un'americanata travestita con qualche bel montaggio e qualche fotografia d'autore (vedi la sequenza nella quale Sandra Bullock si trova in posizione fetale). Per il resto, scenario banale e piuttosto mediocre, classico dei classici di un film che tira a vendere più che a restare nella storia per i suoi contenuti. Una nota a parte la merita George Clooney (quando sono andato a vedere il film non sapevo della sua presenza sul set). Che dire del buon vecchio Clooney ? Sarebbe meglio non dire niente in effetti. Prestazione alla Clooney... quello della pubblicità del Martini : "Posso entrare" ? "No martini no party!". Davvero mediocre il nostro Clooney, anche se c'è da dire che il testo non lo aiuta, data la scontatezza delle battute e dei dialoghi. Potremmo ricavarne una nuova ricetta per gli amici : il piatto Clooney. Aggiungere un po' d'ironia e falsa simpatia, condire con una dose massiccia di pathos alla Casablanca, qualche asteroide con maionese et un bel contorno di luoghi comuni e culi sodi. Per quanto riguarda Sandra Bullock, il film è completamente strutturato sul suo personaggio. L'interpretazione è buona, ma il copione, lo ripeto, non presenta grandi difficoltà.. insomma, un gioco da ragazzi per una vedette del cinema americano come la Bullock, abituata a ruoli ben più esigenti dal punto di vista della tecnica recitativa.
Per concludere il nostro articoletto sul colossal Gravity.. ammetto che avrei forse fatto meglio a restare a casa.. e ancor di più ad evitare di scrivere questo post..ma dovevo pur spezzare il digiuno dalle sale cinematografiche.. e dal blog. Effetti straordinari e copione da classico dello Star System : ben presto mi dimentichero del film ma continuero ad animare il blog.
Prossima tappa ? Presentazione del progetto artistico di un caro amico Grenouille : la mostra fotografica di Jean-Bernard Souderes.
20/01/13
CONOSCETE LO SPIRITO "GRENOUILLE" ?
"Amare, altrimenti è falso."
Basterebbe questo semplice verso di Robert Fred per far capire a un qualunque lettore l'universo che unisce le "rane" et lo spirito dell'associazione @rt-chignaned ("l'arte delle rane", traducendo dal bretone).
Nata nel 2003, @rt-chignaned si situa in una continuità artistica ben precisa. Bisogna risalire fino al 1981 per ritrovare i germi dell'associazione, ad un'epoca in cui alcuni alreani (gli abitanti di Auray, una piccola città che si trova in Bretagna) decidono di dare vita al gruppo "Mots-bulles" ("Parole-bolle") al fine di condividere discussioni sulla poesia. Poeti come Jean Tardieu, Obaldia o Petit si esibiscono in spettacoli di poesia nei piccoli cabaret bretoni, mischiando gravità e umorismo. Il 10 dicembre 1981, il giornalista Maurice Simon saluta la nascita di questo gruppo in un articolo intitolato "I poeti escono dalla loro torre d'ivorio". Simbolicamente, l'indomani, il poeta e amico Xavier Grall si toglie la vita in un vicino ospedale.
Nel 1982 alcuni esponenti del gruppo "Mots-bulles" danno vita all'associazione Art Mène : Serge Mathurin Thébault può così creare la rivista "Art Mène" e iniziare la pubblicazione delle proprie poesie. La prima raccolta, Le pain discret (tr. Il pane discreto), uscirà nel 1984. Questa rivista generalista, dopo cinque anni dalla sua creazione, comincia a proporre alcune edizioni tematiche di alta qualità : "Huart", "Guillevic", "Hélias", "La femme" ecc... L'avventura durerà 2 stagioni.
Tre anni dopo la scomparsa di Art Mène, una nuova squadra di artisti di vario genere prende la decisione di creare un nuovo gruppo, "La forêt d'encre" (tr. "La foresta d'inchiostro"). La forêt d'encre si propone di sperimentare l'arte al fine di creare un tessuto di legami sociali, grazie alla nascita di alcuni ateliers sulla scrittura, di serate di poesia in discoteca e di un concorso di scrittura basato sul tema "Parlatemi d'amore".
Dopo alcuni anni il gruppo perde la spinta iniziale e finisce per disperdersi. Così, nel 2003, nasce infine l'associazione @rt-chignaned che fin dai suoi inizi non ha smesso di proporre serate poetiche, libri di poesia di grande valore e avvenimenti di vario genere sulla poesia o altre manifestazioni artistiche dello spirito ("La cucina dei poeti", "Guillevic in poesia" ecc.). @rt-chignaned possiede anche una piccola casa editrice che porta lo stesso nome dell'associazione.
Conoscete adesso lo "spirito grenouille" ?
Forse, ma non abbastanza. Cosa significa essere "rane" ?
Le rane condividono tra di loro la volontà (necessità) di vivere in poesia. Constantemente alla ricerca del sacro, del meraviglioso e dell'amore, le rane vivono e diffondono l'umanità in ogni sua sfumatura e bellezza. Poeti, pittori, scultori, cuochi... poco importa, le rane vivono sotto lo stesso tetto e mangiano il pane dell'amiciza e dell'amore proseguendo l'esperienza collettiva secondo l'arte dell'incontro.
Il sottoscritto Luca Pallanti, Serge Mathurin Thébault, Nicola Colpo e altre rane si propongono oggi di rianimare le attività di @rt-chignaned dando nuova linfa allo spirito poetico presente in ognuna di loro.
25/05/12
SPAZIO
Georges Perec, Espèce d'espace, Galilée, Paris, 1974.
Cos'è lo spazio ? Come definire lo spazio ? Dove inizia e dove finisce uno spazio ? Intuitivamente, quando penso allo spazio, immagino qualcosa di grande, aereo, smisurato... infinito. Non riesco mai a visualizzare lo spazio, non riesco ad avere alcuna immagine. Forse una sensazione. Vaga. Incerta.
Georges Perec, in uno dei suoi capolavori, Espèces d'espaces (Specie di spazi), si interroga sulle possibilità interpretative dello spazio, sulle maniere di pensarlo, di guardarlo, di toccarlo. "Lo spazio, è ciò che ferma lo sguardo : l'ostacolo".
Vorrei interrogarmi su un punto a mio avviso interessante e non toccato nello splendido libro di Perec : lo spazio è movimento o immobilità ?
Proprio nei giorni in cui le mie ricerche si concentrano sulla maniera in cui Beckett riesce a descrivere il "movimento dell'immobilità", la questione dello spazio m'interessa più che mai. Se guardo fuori dalla finestra, vedo uno spazio, vedo certi spazi, vedo molti spazi. Non esiste un spazio che sia interessante... tutto ha una sua dignità, niente è particolare. Viceversa, ogni spazio è particolare, nessuno è degno di essere guardato.
Fuori dalla finestra di camera mia, vedo dei volumi, immobili. Vedo il cielo, immobile se lo guardo distrattamente. Ma mi rendo conto che si muove, ci sono le nuvole, il vento, i colori che cambiano. Posso affermare che il volume del palazzo di fronte sia uno spazio immobile ? Lo ipotizzo in un primo momento. In seguito guardo verso la finestra dell'immobile e vedo una ragazza che sta abbassando una tendina. Ciò che appariva immobile è diventato movimento. E' lecito pensare che anche un volume che apparentemente sembra immutabile, in realtà si stia muovendo. Si muove necessariamente : il nostro pianeta sta disegnando proprio in questo momento un'orbita. Anche io mi sto muovendo e non me ne rendo conto.
Mi piace immaginare lo spazio comme un movimento : anche in questo caso non riesco a visualizzare alcuna immagine. Il movimento è sempre in movimento, come condensarlo ? Comme stabilizzarlo ?
Lo spazio è movimento, il movimento è lo spazio. Ma lo spazio è movimento a condizione di poterlo osservare. E se fossi cieco, se non potessi vedere ? Se chiudessi gli occhi, lo spazio sarebbe ancora in movimento ? Forse. Ma credo che potrei immaginarlo come una cosa fissa : una stanza cubica con pareti bianche, senza alcun arredamento, senza niente dentro, a perte i muri.
Non so se si possa dare una definizione esatta di spazio. Credo piuttosto che ogni definizione a riguardo sarebbe sempre insufficiente. Penso che dobbiamo accontentarci di vivere lo spazio. E non è certo cosa da poco.
Riassumendo : lo spazio è movimento, lo spazio è immobile. L'immobilità è movimento. Il sillogismo, pur sembrando una falso, mi convince.
Lo spazio è il movimento dell'immobilità. Mi sarebbe piaciuto leggere questa frase nel libro di Perec. Eppure Perec questa frase l'ha scritta, utilizzando dei termini ancora più belli, ancora più tranquillizzanti : "lo spazio è il dubbio".
Cos'è lo spazio ? Come definire lo spazio ? Dove inizia e dove finisce uno spazio ? Intuitivamente, quando penso allo spazio, immagino qualcosa di grande, aereo, smisurato... infinito. Non riesco mai a visualizzare lo spazio, non riesco ad avere alcuna immagine. Forse una sensazione. Vaga. Incerta.
Georges Perec, in uno dei suoi capolavori, Espèces d'espaces (Specie di spazi), si interroga sulle possibilità interpretative dello spazio, sulle maniere di pensarlo, di guardarlo, di toccarlo. "Lo spazio, è ciò che ferma lo sguardo : l'ostacolo".
Vorrei interrogarmi su un punto a mio avviso interessante e non toccato nello splendido libro di Perec : lo spazio è movimento o immobilità ?
Proprio nei giorni in cui le mie ricerche si concentrano sulla maniera in cui Beckett riesce a descrivere il "movimento dell'immobilità", la questione dello spazio m'interessa più che mai. Se guardo fuori dalla finestra, vedo uno spazio, vedo certi spazi, vedo molti spazi. Non esiste un spazio che sia interessante... tutto ha una sua dignità, niente è particolare. Viceversa, ogni spazio è particolare, nessuno è degno di essere guardato.
Fuori dalla finestra di camera mia, vedo dei volumi, immobili. Vedo il cielo, immobile se lo guardo distrattamente. Ma mi rendo conto che si muove, ci sono le nuvole, il vento, i colori che cambiano. Posso affermare che il volume del palazzo di fronte sia uno spazio immobile ? Lo ipotizzo in un primo momento. In seguito guardo verso la finestra dell'immobile e vedo una ragazza che sta abbassando una tendina. Ciò che appariva immobile è diventato movimento. E' lecito pensare che anche un volume che apparentemente sembra immutabile, in realtà si stia muovendo. Si muove necessariamente : il nostro pianeta sta disegnando proprio in questo momento un'orbita. Anche io mi sto muovendo e non me ne rendo conto.
Mi piace immaginare lo spazio comme un movimento : anche in questo caso non riesco a visualizzare alcuna immagine. Il movimento è sempre in movimento, come condensarlo ? Comme stabilizzarlo ?
Lo spazio è movimento, il movimento è lo spazio. Ma lo spazio è movimento a condizione di poterlo osservare. E se fossi cieco, se non potessi vedere ? Se chiudessi gli occhi, lo spazio sarebbe ancora in movimento ? Forse. Ma credo che potrei immaginarlo come una cosa fissa : una stanza cubica con pareti bianche, senza alcun arredamento, senza niente dentro, a perte i muri.
Non so se si possa dare una definizione esatta di spazio. Credo piuttosto che ogni definizione a riguardo sarebbe sempre insufficiente. Penso che dobbiamo accontentarci di vivere lo spazio. E non è certo cosa da poco.
Riassumendo : lo spazio è movimento, lo spazio è immobile. L'immobilità è movimento. Il sillogismo, pur sembrando una falso, mi convince.
Lo spazio è il movimento dell'immobilità. Mi sarebbe piaciuto leggere questa frase nel libro di Perec. Eppure Perec questa frase l'ha scritta, utilizzando dei termini ancora più belli, ancora più tranquillizzanti : "lo spazio è il dubbio".
01/03/12
FRAMMENTO
Guarda la strada, guarda i capelli, le scarpe, la montatura degli occhiali. Insisti sui particolari, sulla crudeltà delle intenzioni senza distogliere mai lo sguardo. Fatica. Non c'è motivo di pensare, abbandonati alla voluttà di distrarti. Non dovresti cercare la spiegazione, non potresti cogliere la valutazione in tutto ciò che è possibile o dovuto, in tutto quanto non può esser ripetuto. Ma non disperare, il tempo non è fatto d'orologi, non è lento né veloce : prendi il tempo e ridicolizzalo. Sarà almeno divertente, sarà almeno un un po' di tempo perso. Un po' di tempo perso. Gli specchi sono noiosi, le cornici sono avvincenti. Abbraccia un uomo quando ti capita, è un qualcosa in più a cui non dare spiegazioni. Tieniti distante, accarezza tutto e non mangiare niente, non farti soddisfare e non aver paura di giocare. Il gioco. Spendi tutto, compra tutto. Illuditi almeno d'averlo fatto e d'averlo fatto senza giocare. Non prenderti troppo sul serio, cos'è più serio del non essere seri ?
12/02/12
INCONTRO CON LUCETTE FINAS
Incontrare Lucette Finas è stata e rimarrà un'esperienza indimenticabile. Scrittrice, docente e critica di grande talento, ha attraversato con un'opera eterogenea la letteratura francese ed europea dagli anni 50 ad oggi senza fare quasi rumore, dolcemente, intelligentemente. Lucette, prima di tutto, è una persona splendida, gentile et d'una cultura molto raffinata, sensibile e spontanea. I suoi saggi critici su George Bataille restano un punto di riferimento imprescindibile per chiunque voglia conoscere questo grande autore francese. La crue, raccolta di letture e interpretazioni dell'opera di Bataille, rappresenta un punto fondamentale dell'esperienza critica strutturalista dall'immenso valore artistico e scientifico. Lucette Finas ha inoltre donato all'umanità alcune meravigliose letture della poesia di Mallarmé, poeta enigmatico, difficile, che ha rivoluzionato il modo di pensare la scrittura poetica. Ricordiamo a questo proposito un insieme di saggi raccolti sotto il titolo di Centrale pureté, dove Lucette penetra il linguaggio di Mallarmé fino a diventarne parte integrante, senza mai avere l'intenzione di spiegarlo né di comprenderlo ma rendendo soltanto i movimenti di quest'esperienza poetica immensa, illimitata.
Oltre ai saggi critici, le prefazioni, gli articoli (quelli de La quinzaine Littéraire, di Littérature o de Le Monde), Lucette Finas è autrice di alcuni romanzi di grande spessore letterario e umano. Ricordiamo il romanzo Donne, dal titolo enigmatico e plurisemantico, L'échec, che rappresenta forse il vertice della sua esperienza romanzesca, La dent du renard, ultimo in ordine di tempo, pubblicato nel 2008, e sorprendente nel suo divenire. Molti altri meriterebbero altrettanti approfondimenti.
Occorrerebbero molte ore per ripercorrere in modo puntuale la carriera artistica di questa grande scrittrice, dalle esperienze giovanili alla corrispondenza e all'amicizia con Roland Barthes. Ogni minuto passato accanto a Lucette diventa per me un'importante occasione di crescita artistica, spirituale, umana. Renderò ancora omaggio a Lucette Finas, possibilità che si arricchirà nel corso del tempo e grazie ai frutti della mia collaborazione a stretto contatto con la sua persona e i suoi innumerevoli manoscritti.
Oltre ai saggi critici, le prefazioni, gli articoli (quelli de La quinzaine Littéraire, di Littérature o de Le Monde), Lucette Finas è autrice di alcuni romanzi di grande spessore letterario e umano. Ricordiamo il romanzo Donne, dal titolo enigmatico e plurisemantico, L'échec, che rappresenta forse il vertice della sua esperienza romanzesca, La dent du renard, ultimo in ordine di tempo, pubblicato nel 2008, e sorprendente nel suo divenire. Molti altri meriterebbero altrettanti approfondimenti.
Occorrerebbero molte ore per ripercorrere in modo puntuale la carriera artistica di questa grande scrittrice, dalle esperienze giovanili alla corrispondenza e all'amicizia con Roland Barthes. Ogni minuto passato accanto a Lucette diventa per me un'importante occasione di crescita artistica, spirituale, umana. Renderò ancora omaggio a Lucette Finas, possibilità che si arricchirà nel corso del tempo e grazie ai frutti della mia collaborazione a stretto contatto con la sua persona e i suoi innumerevoli manoscritti.
08/12/11
VOLTI
Gli zainetti colorati sono dissonanti. I volti delle persone assomigliano a maschere di terra con espressioni rancorose. Rancore verso chi, verso cosa... non è dato saperlo. I loro volti hanno il senso di un'apparenza casuale, esterna, dissacrante. Le immagini corrono alla velocità della luce fuori dai finestrini. La luce va e viene, non è una giornata di festa, tutti i presenti lo sanno. Nessuno vuole parlarne, nessuno fa finta di esserne interessato. Tutti ne percepiscono il movimento e vi si adeguano. I volti sono quasi sempre diversi, quasi. Alcuni sono accentuati, altri insospettabili. Tutti sanno, tutti dissimulano ciò che vorrebbero dire. I volti sono allarmi, sensazionali vetri oscurati da luci fosforescenti, intermittenti. Non hanno bisogni istantanei, anche se alcuni sembrano avere fretta di non essere più guardati. Le parole pronunciate rimbalzano nelle bocche, asciutte dalla continua sonnolenza dei precetti, delle memorie inventate. Si direbbe quasi che non pensino ai doveri, alle necessità.
Un volto si gira lentamente e si fissa sul volto di fronte. Gli sguardi entrano in contatto. Gli occhi sono sempre ingannevoli. La loro arte è nel raffigurare rimandi senza pause. Lo sguardo si posa sull'attaccatura dei capelli di una donna di colore. Ha le trecce che cominciano esattamente dove finisce un primo progetto di unità disegnato e studiato attentamente dallo sguardo. Il volto. Unità ingannevole. Occorre saperlo guardare con attenzione e non cadere nella trappola degli occhi. Piuttosto le guance, l'inclinatura del setto nasale, le narici, le pieghe impercettibili della pelle. La bellezza del volto è nella distrazione dello sguardo che lo fissa. D'improvviso una frenata distrae i volti dai volti. Altri ne arrivano. Stavolta sono a decine, tutti diversi l'uno dall'altro. Tutti portatori di novità. Tutti seducenti. Lo sguardo non deve distogliere la propria attenzione a causa di questo malinteso. Deve ritrovarsi, deve ritrovare il volto a cui appartiene. Non può permettersi di stancarsi... non può permettersi di dimenticare.
Luca Pallanti
(estratto da un capitolo ancora da scrivere)
01/12/11
SULL'OPERA D'ARTE: TAINE E LAFORGUE
Vorrei evocare oggi un dibattito piuttosto interessante sull'estetica dell'opera d'arte : questo dibattito riguarda il filosofo, intellettuale e storico Hippolyte Taine e il poeta e critico d'arte Jules Laforgue. Le opere a cui farò riferimento sono le considerazioni sull'arte di Taine apparse in maniera rigorosa e in un certo senso definitiva nel primo capitolo dell'opera La filosofia dell'arte e i Mélanges Posthumes di Laforgue, raccolta di pensieri e annotazioni meno conosciuta.
Vorrei però prima di tutto ricordare che un dibattito di questo tipo, che data di quasi 130 anni, è lontano dall'essere anacronistico. L'importanza storica di ciò che stava succedendo in quel periodo in Francia, avrà non poche ripercussioni su tutta la storia del pensiero filosofico, artistico e politico di tutto il Novecento e, ancora oggi, può aiutare a capire certe caratteristiche essenziali della nostra epoca.
Hippolyte Taine era considerato negli anni che vanno dal 1850 al 1880 l'intellettuale di riferimento del mondo culturale francese ed europeo. Uomo di grande esperienza, Taine sembrava senza dubbio incarnare lo spirito del Positivismo dominante all'epoca. I suoi studi in fisiologia, fisica e filosofia della scienza (Naturalismo) gli valsero non poca fortuna in quegli anni. Fu così che Taine, molto interessato alla filosofia dell'arte, negli anni dal 1865 al 1882 scrisse una delle sue opere più importanti : La filosofia dell'arte. Negli scritti di Taine erano presenti una forte componente positivista, indicativa della scientificità del suo pensiero, e al tempo stesso una forte componente idealista, di matrice hegeliana. In quegli stessi anni, nasceva a Uruguay (Montevideo, 1860) Jules Laforgue. Poeta sfortunato, di salute cagionevole, Laforgue lascerà il mondo a soli 27 anni, nell'agosto del 1887. Nella sua breve esistenza, Laforgue avrebbe lasciato però il segno nel panorama letterario e artistico francese grazie al suo capolavoro primo, Les Complaintes ed altre opere di grande rilievo poetico e filosofico. Proprio negli anni 80 del XIX secolo, al tempo in cui frequentava il gruppo degli Hidropathes (i fututi Simbolisti), Laforgue intraprende una querelle con Taine a proposito dell'estetica dell'opera d'arte.
Riassumendo, Taine, nel primo capitolo della Filosofia dell'arte, esplicita la sua teoria del milieu (ambiente), giustificando a suo modo la possibile sistematizzazione della genesi di un'opera d'arte. Conservatore e classicista, Taine crede nella possibilità di giungere, prendendo in prestito i concetti del positivismo biologico, alla causa primitiva che determina la nascita e la ricezione dell'opera d'arte. Il filosofo cerca di dimostrare che l'opera d'arte di un artista non è mai sola ; essa, come le figlie di uno stesso padre, è presente all'interno della famiglia delle opere dello stesso autore e ne rispecchia gli effetti di stile. L'artista, a sua volta, fa parte di una famiglia di artisti ancora più grande che lo ingloba e rende possibile la sua presenza. Quegli stessi artisti fanno parte di una stessa mentalità di stile e costumi, parametro che permette loro di essere compresi in una società. Taine sostiene l'intima armonia tra l'artista e il suo pubblico. Laforgue, nei suoi pensieri pubblicati successivamente nel 1901 con il nome di Mélanges Posthumes, nega imperativamente ogni possibilità di conoscere il principio primo che spinge un artista alla creazione. Secondo Laforgue è proprio la prerogativa dell'artista di sottrarsi al suo tempo, di non avere cioè contemporanei, a renderlo geniale, fuori dalla norma, artista. Il poeta francese crede nell'assoluta originalità dell'opera d'arte, distaccandosi definitivamente dal modello interpretativo classicista che, come per l'epistemologia scientifica, si basa sulla ricerca dei principi universali dell'opera d'arte.
Laforgue afferma nel 1883 che " bisogna fare dell'originalità ad ogni costo". Contrappone all'estetica di Taine una poetica dell'effimero, dell'immediato : l'epifania dell'istante. Laforgue pensa all'opera d'arte come ad un'anarchia della creazione, identificandola al concetto stesso di vita. Una creazione non può essere brutta o bella, è semplicemente la vita, la rappresenta nella sua istantaneità e mutevolezza quotidiana, nella sua irrappresentabilità. Il poeta sviluppa così una poetica dell'ipertrofia, concetto metaforicamente preso in prestito alla fisiologia che vuole significare l'eccesso creativo, la dismisura della creazione.
E' chiara una visione diametralmente opposta dell'opera d'arte e delle sue implicazioni filosofiche. Influenzato tra gli altri dalla filosofia di A. Schopenhauer, Laforgue rappresenta così un perno tra il grande momento del Romanticismo e l'arte delle avanguardie di inizio Novecento. Attraverso la sua riflessione, l'esistenzialismo, che sarà l'atteggiamento creativo più diffuso nella grande letteratura e filosofia del Novecento fino ai nostri giorni, muoverà i suoi primi passi ad un'epoca in cui il pensiero razionale/scientifico fa sentire la sua pressione e importanza in tutti i campi del sapere.
14/11/11
PIZZA ELITE MARI E MONTI
Un paio di settimane fa' il buon dado, in arte Goran Franzic, (alias non lo chiamo per nome perchè non so se vuole), mi fa notare un video di Paolo Barnard molto interessante. In una maniera molto articolata, il giornalista e saggista Barnard fa il punto della situazione affermando perentoriamente la morte degli stati europei, l'egemonia dell'Euro in quanto fattore monetario dispotico, e la vittoria definitiva delle élites finanziarie sulle democrazie europee. Paolo Barnard, apparentemente, si configura nel panorama culturale italiano come una sorta di visionario postmoderno, prossimo alla science fiction e sostenitore delle tesi cosìddette cospirazioniste. Paolo Barnard ha pagato a caro prezzo la sua libertà divenendo uno dei tanti giornalisti dimenticato ed escluso dal dibattito che conta. Sono persuaso che sia proprio per quest'ultima ragione che Paolo Barnard vada invece ascoltato e preso molto sul serio.
Le motivazioni sono semplici. Innanzi tutto ci sono le referenze di questo giornalista e scrittore. Il suo curriculum è semplicemente sorprendente per la ricchezza delle competenze, esperienze e opere a suo carico. Un'altra motivazione riguarda il numero di visualizzazioni dei suoi video su you tube : in media 15000 per video. Una cifra irrisoria se calcoliamo la competenza di questo signore e l'importanza e la precisione di ciò che dice. Basti pensare che Marco Travaglio, altro giornalista molto importante, arriva facilmente alle 100000 visualizzazioni per video, superandole anche con una certa facilità. Terza motivazione, Paolo Barnard è uno dei pochissimi che sa collocarsi su un piano transnazionale, planetario, con una certa autorevolezza. Tra le sue "frequentazioni abituali" figurano i migliori economisti delle università americane.
Buone motivazioni per ascoltarlo quanto meno. Per quanto mi riguarda, le parole di Paolo Barnard mi hanno aperto gli occhi, o per lo meno sturato le orecchie. Chiunque si occupi di letteratura in senso stretto ha la percezione di quando accaduto negli ultimi 50 o 60 anni di storia. La parabola letteraria è emblematica in questo senso. Ebbene, ciò che Barnard diceva qualche anno fa ha trovato una volta di più conferma nella più immediata attualità.
Risulta evidente come Berlusconi, fondatore e attuatore del consumismo e del capitalismo speculatore in Italia, sia stato vittima del suo stesso sistema. Ho sempre pensato che avrei molto festeggiato la caduta di Berlusconi in politica. Non l'ho fatto. Non perchè non ne avessi voglia in realtà, ma perchè sento che qualcosa di ancora più oscuro mi abbaglia e mi fa perdere l'equilibrio. Berlusconi è stato vittima delle élites finanziarie ed economiche europee, soprattutto quelle dell'asse franco-tedesco. La volontà di potere e il suo aberrante superomismo gli hanno fatto dimenticare per un po' chi comandava realmente. Gli eventi di questi ultimi giorni ne sono la conferma. Monti è nominato Presidente del Consiglio italiano. Papademos del governo greco. Questi due personaggi hanno qualcosa in comune : entrambi godono della fiducia della istituzioni europee. Entrambi sono stimati studiosi di economia, entrambi parlano il linguaggio delle élites europee. Entrambi sono chiamati a fermare l'emorragia europea. La crisi. Monti deve risanare il bilancio pubblico, ma non tenendo conto dell'Italia e dei suoi cittadini, dei loro bisogni e delle loro necessità. Monti deve rendere conto solamente alle élites finanziarie europee. La crisi. Crisi creata dalla speculazione bancaria. Crisi che per essere risolta deve riportare le banche ad una certa capacità economica. La morale è una sola : le banche hanno creato la crisi, le banche ricevono fondi per eliminare la crisi. C'è qualcosa di molto aberrante, oscuro, patologico in tutto questo. Qualcosa che non ci è dato sapere. Qualcosa che non dobbiamo sapere. Qualcosa che forse non vogliamo sapere. Le nostre coscienze cristiane rischierebbero troppo.
Non sappiamo cosa ci aspetta da questo Monti. Certo è che ci farà sputare sangue. Sangue che non esce da una ferita che ci siamo fatti da soli. Sangue che sgorga da una ferita che qualcun altro ci ha fatto. Poeticamente ho la tentazione di identificare questo circuito con il sistema degli specchi. E' come se ognuno di noi, ferito, si guardasse allo specchio. E accusasse la sua immagine riflessa di avergli fatto del male. E a questo punto la colpisse e di riflesso si creasse altre ferite. More blood.
Sono d'accordo con Paolo Barnard quando dice che i paladini dell'antisistema non riescono o non vogliono cogliere l'essenza del problema. Ci scagliamo con violenza verso il problema particolare. Ci occupiamo di sventolare bandierine contro il presidente e le sue perversioni. Ci sfugge l'essenza della situazione. Ci concentriamo solamente sull'apparenza, non sulla profondità della cosa. Se le élites sono tornate a comandare d'una maniera assolutistica, e tutto ce lo lascia dire (le continue guerre, le crisi senza sosta ecc..), non è plausibile concentrare le forze dell'antisistema sulle apparenze. L'antisistema della buona volontà ha fallito, sta fallendo, volontariamente o involontariamente. La società europea ha riportato il sistema delle classi al centro della discussione. Se non abbiamo la coscienza di appartenere ad una classe, in senso marxista del termine, non potremo mai combattere il sistema che ci istupidisce senza tregua. La coscienza di classe fu il fulcro della Rivoluzione Francese che dette uno scossone al sistema assolutistico. Io penso che dovremmo ritornare a parlare di classi, di potere assoluto, di borghesia. Di ideologia. L'unico pezzo della società che negli ultimi venti anni ha raggiunto una consapevolezza in questo senso è quello che fu, e in parte è tutt'ora, il movimento No Global nei suoi aspetti più estremi ed anarchici. Gli unici che hanno capito l'importanza delle lobby internazionali. Gli unici che hanno pagato duramente il prezzo delle loro azioni e della loro consapevolezza. Gli unici che non cessano di trasformarsi e d'innovarsi nelle strategie e nelle idee. Tutto il resto è noia. Il Popolo Viola, gli Indignati e tutti i movimenti analoghi sono fuori gioco, o meglio, fanno il gioco delle élite, inconsapevoli del loro buonismo intellettuale.
La pizza élite Mari e Monti è servita. Mangiatene tutti, è gratis!!!
PS : posto il link del video di Paolo Barnard qui sotto. Potrete trovare il link per il suo sito sulla barra di scorrimento a destra.
http://www.youtube.com/watch?v=hEdr_gZSNGQ
20/10/11
Quello che cerchiamo
Quello che cerchiamo,
è quello che non possiamo trovare.
è quello che non possiamo trovare.
17/10/11
INDIGNATI MA INCAZZATI
Domenica 15 ottobre 2011 Roma è stata teatro di uno spaccato di storia, a suo modo piuttosto significativo. I giornali ufficiali si allineano chi più chi meno accanitamente sulla tesi di una manifestazione di grandi proporzioni rovinata da alcuni black block, frange violente, misteriose e oscure che hanno tenuto sotto pressione per la durata d'un pomeriggio una delle città più importanti e storicamente strategiche del mondo come Roma. E' doveroso cercare di capire meglio cosa sia successo attraverso uno sguardo analitico, quasi scientifico sugli avvenimenti e sulla realtà storica che li ha prodotti.
A partire dal linguaggio, dalla percezione e dal contesto antropologico che ne hanno caratterizzato la mediatizzazione.
Prima di tutto il termine indignati, parola chiave di un contesto, anche linguistico, molto più ampio, internazionale. Il tratto dell'internazionalità rimanda ad un rapporto, un legame tra esseri umani che non si sono mai conosciuti, mai entrati in contatto tra di loro. Eppure fanno parte di un fenomeno comune, già storico e periodicizzabile. Il riferimento è a quella che è stata battezzata come primavera araba. Un'ondata di scontri che ha avuto come epicentro la Tunisia e che si è abbattuta giorno dopo giorno sui regimi nord-africani e medio-orientali più violenti e intolleranti fino al punto di rovesciarli, rivoluzionarli. Una marea lontana dal trovare fine e che trova proprio in questi giorni alcuni dei suoi momenti più drammatici nella guerra civile yemenita.
Ma torniamo al nome : indignati (indignados in Spagna, paese che ha per primo promosso l'utilizzo di questa parola). Essere indignati significa trovarsi in una posizione di sgomento rispetto a qualcosa che viene percepito come ingiusto, riprovevole. Linguisticamente, l'espressione essere indignato esprime un concetto di stato, di posizione. Essere indignati, ed essere molti, nel momento di crisi economica, istituzionale e politica che colpisce il mondo in questa sua fase storica è in sé un fatto degno di nota, importante. Essendo però un nome di stato, l'indignazione non esprime altro che il disprezzo verso una data cosa. Non contempla una reazione.
Le centinaia di migliaia di persone che hanno manifestato a Roma erano indignate. Ebbene, molte di queste persone non erano semplicemente indignate, ma anche incazzate. Incazzate nere.
Il noto buonismo all'italiana ha prevalso ancora una volta, almeno nei media. Tutti assolti, teppisti e black block unici responsabili. Pochi cattivi, e molti buoni tutto sommato. Ma nella realtà percettiva delle cose, nell'influenza immaginaria (delle immagini) sulla mente delle persone che assistevano stupidamente sorprese dalle violenze in tv, gli eventi di Roma hanno un peso molto diverso, molto importante.Riflettiamo su alcuni dei concetti propri alla linguistica e alle funzioni del linguaggio. Prima di tutto il concetto di canale, poi quello di messaggio e quindi la recezione (omettiamo per il momento il codice e il destinatario). Perchè l'immagine è un linguaggio, e come tale va trattata. Il canale è evidentemente il mezzo attraverso il quale il messaggio può essere emesso. A Roma il canale è stato un folto gruppo di giovani (stime interne, prese dal sito infoaut.org, parlano di 4000-5000 individui che hanno partecipato attivamente alla sommossa, non qualche casinista quindi), vestiti di nero, ma non sistematicamente, che ha lanciato petardi, incendiato vetture, combattuto primitivamente (il lancio di pietre è un gesto primitivo, essenziale e naturale) la polizia, lanciato fumogeni eccetera. Il parametro messaggio è molto complicato : si tratta di un mix di elementi di storia del pensiero, quello anarchico (potremmo citare forse impropriamente Max Stirner tra gli altri), di storia politica (la neo-cultura dell'antifascismo primariamente), antropologica (lo strutturalismo di Levi Strauss), economica (il riferimento obbligatorio è Marx), filosofica (Althausser), filosofico-giornalistica (J.P. Sartre ma anche Lévi), poetica (la rottura delle avanguardie storiche). Non è improprio definirlo un messaggio romantico. Nel suo senso storico e culturale (rif al post precedente). Questo brevissimo elenco è ampiamente incompleto. Si tratta solamente di una serie di indizi e rimandi utili a renderne la complessità.
L'altro parametro fondamentale è la ricezione. Ed è il più difficile ad analizzare. Per dirla d'una maniera inesaustiva potremmo parlare di presenza. Il pubblico, ammaestrato dalla Società dello Spettacolo ad una visualizzazione gretta e superficiale delle immagini ha comunque, inevitabilmente, inconscientemente percepito una presenza. Una presenza che rimanda ad un'energia incontrollabile, naturale, sovrastrutturale e casuale. Contrariamente alla superficiale opinione della gran parte dei giornali di destra e sinistra (Repubblica ha dato segno di grande povertà intellettuale e miopia generale, a confermare l'assenza di grandi piume in un giornale oramai in decadenza da anni) è proprio sul piano della ricezione del messaggio che le violenze dei ragazzi di Roma hanno vinto la loro battaglia. Il pubblico ha percepito una presenza che fa parte di un immaginario e cha ha riportato la coscienza addormentata di milioni di cittadini a uno scenario primordiale, inconscientemente presente in quello che Jung definiva l' inconscio collettivo. Uno scenario che nel corso degli anni non ha mai cessato di riproporsi sotto forme e strategie differenti. Approfondiremo in un altro momento il concetto di scenario.
Questo post non vuole assolutamente farsi oggettivazione, critica. Questo post pretende di essere identificato come un discorso sulla realtà, sui fatti. Uno studio (per altro molto poco approfondito per esigenze temporali e spaziali) su una serie di avvenimenti che ha forse mostrato una generazione in preda al dubbio, all'incertezza. Una generazione cresciuta sotto la pressione di una dittatura politico/percettiva come quella italiana. Una generazione che si sta riprendendo il suo posto, espropriato da un governo che adotta come pratica ordinaria il malaffare, il clientelarismo e la violazione sistematica della dignità socio-culturale umana. Riprenderemo successivamente i concetti proposti per analizzarli in modo più approfondito.
Ma torniamo al nome : indignati (indignados in Spagna, paese che ha per primo promosso l'utilizzo di questa parola). Essere indignati significa trovarsi in una posizione di sgomento rispetto a qualcosa che viene percepito come ingiusto, riprovevole. Linguisticamente, l'espressione essere indignato esprime un concetto di stato, di posizione. Essere indignati, ed essere molti, nel momento di crisi economica, istituzionale e politica che colpisce il mondo in questa sua fase storica è in sé un fatto degno di nota, importante. Essendo però un nome di stato, l'indignazione non esprime altro che il disprezzo verso una data cosa. Non contempla una reazione.
Le centinaia di migliaia di persone che hanno manifestato a Roma erano indignate. Ebbene, molte di queste persone non erano semplicemente indignate, ma anche incazzate. Incazzate nere.
L'altro parametro fondamentale è la ricezione. Ed è il più difficile ad analizzare. Per dirla d'una maniera inesaustiva potremmo parlare di presenza. Il pubblico, ammaestrato dalla Società dello Spettacolo ad una visualizzazione gretta e superficiale delle immagini ha comunque, inevitabilmente, inconscientemente percepito una presenza. Una presenza che rimanda ad un'energia incontrollabile, naturale, sovrastrutturale e casuale. Contrariamente alla superficiale opinione della gran parte dei giornali di destra e sinistra (Repubblica ha dato segno di grande povertà intellettuale e miopia generale, a confermare l'assenza di grandi piume in un giornale oramai in decadenza da anni) è proprio sul piano della ricezione del messaggio che le violenze dei ragazzi di Roma hanno vinto la loro battaglia. Il pubblico ha percepito una presenza che fa parte di un immaginario e cha ha riportato la coscienza addormentata di milioni di cittadini a uno scenario primordiale, inconscientemente presente in quello che Jung definiva l' inconscio collettivo. Uno scenario che nel corso degli anni non ha mai cessato di riproporsi sotto forme e strategie differenti. Approfondiremo in un altro momento il concetto di scenario.
Questo post non vuole assolutamente farsi oggettivazione, critica. Questo post pretende di essere identificato come un discorso sulla realtà, sui fatti. Uno studio (per altro molto poco approfondito per esigenze temporali e spaziali) su una serie di avvenimenti che ha forse mostrato una generazione in preda al dubbio, all'incertezza. Una generazione cresciuta sotto la pressione di una dittatura politico/percettiva come quella italiana. Una generazione che si sta riprendendo il suo posto, espropriato da un governo che adotta come pratica ordinaria il malaffare, il clientelarismo e la violazione sistematica della dignità socio-culturale umana. Riprenderemo successivamente i concetti proposti per analizzarli in modo più approfondito.
Iscriviti a:
Post (Atom)



